“Il garzone del boia”, di Simone Censi

Le vicende narrate in questo interessante libro con discontinuità apparente seguono il filo rosso della Storia, rosso come il colore del sangue di briganti, assassini, uomini, donne, vecchi e giovani, mossi dalla vendetta, dal rancore e dal desiderio di farsi giustizia da soli. Il loro sangue macchia i territori del centro-nord Italia dalla Roma dei papi fino alle Marche tra la fine del’700 all’anno della breccia di Porta Pia. Protagonista è un personaggio realmente esistito, tal Giovanni Battista Bugatti, noto come Mastro Titta, strumento della giustizia umana nelle mani della Chiesa: il boia. La sua storia è raccontata, però, dal suo garzone, un ragazzino diventato uomo, adottato e cresciuto dal boia come un figlio. Egli apprende da lui il mestiere, un’arte che si deve tramandare a pochi, quella dell’impiccaggione o della ghigliottina a seconda dei casi e delle preferenze dei governi in carica, borbonico o francese. Attraverso le parole del garzone, che alla popolarità del suo maestro preferisce, invece, restare nell’ anonimato, conosciamo vicende relative alla vita di quei tempi, nei quali la legge forse era davvero uguale per tutti e chi commetteva un crimine raramente aveva scampo. “Mastro Titta passa ponte”, questo modo di dire proverbiale, preannunciava appunto il prossimo avvenire di imminenti impiccagioni nel luogo stabilito ad accogliere il reo. Di Mastro Titta, uomo taciturno che considerava il suo lavoro una vocazione, il narratore lascia intravedere ben poco, quanto basta per capire il suo temperamento, descritto con “un mantello di un materiale ruvido, liso e perennemente macchiato di sangue, colore rosso scarlatto e lungo forse più del dovuto tanto che i lembi in basso erano perennemente stracciati, con un cappuccio che quando lo teneva in testa rimaneva a punta e gli copriva più della metà del volto.” Una descrizione questa molto eloquente che lascia trapelare sensazioni e immagini macabre e poco tranquillizzanti. Oltre a Mastro Titta e al suo garzone, che soltanto alla fine del romanzo deciderà di fare coming-out in modo davvero sorprendente, un ruolo centrale nella narrazione è occupato dai condannati a morte, su molti dei quali il nostro caro garzone non risparmia dettagli neanche di carattere anagrafico. Sembra di sentire, talvolta, le loro voci che arrivano da lontano, dal Bargello, nome dell’antico commissariato con annessa prigione o dalle grotte, nascondigli nel fitto bosco di briganti e di donne di malaffare. Non c’è critica o giudizio nei loro confronti, anzi verso alcuni di essi anche un po’ di simpatia, storie diverse che si snodano senza un evidente filo logico, ma accomunate dalla stesso destino, al quale nessuno può sfuggire, quello della morte. “Hai da morí” grida il garzone con il suo accento romano a chi fino alla fine con tutte le sue forze tenta di sfuggire al cappio.

Recensione di Lucia Coretti

3 pensieri riguardo ““Il garzone del boia”, di Simone Censi

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